La pittura onirica di Gabriella Arduino

Gabriella Arduino vive l’arte con quell’innocente stupore che ammalia chiunque entri in relazione di risonanza con la poesia sgorgante dal quadro, quasi fuggendo, come se il lento divenire – di cui si ha memoria e triste nostalgia – la rincorresse a perdifiato, per afferrarla e condurla nel ciclo vitale della nascita e della morte. Ma quella rincorsa è vana, perché il sogno che emerge dall’opera si eternizza in un presente che eccede il pensiero, e le immagini sovrapposte dei dipinti si riflettono, specchiandosi senza consistenza, nell’anima di chi guarda, fino a sfumare in forme immateriali, che nell’intersecarsi ripetutamente si sfiniscono.

Il tratto rapido e risoluto compone le vedute frammentarie, che si fanno luoghi fuggitivi, spazi onirici in cui smarrirsi oltre il tempo, di cui i monumenti, i palazzi, i manoscritti medievali e le fatue forme antropiche accennano il ricordo, che però svanisce presto.

La pittura, i disegni, gli acquerelli appaiono evanescenti e aleggiano graziosi in dolci dissolvenze, quali piume levitanti fra sogni e luoghi effimeri: luoghi che seducono lo sguardo quando si perde fra i piani che si incrociano e gli orizzonti che spaziano poliedrici, per consentire infine all’osservatore di rivivere felicemente in se stesso uno spazio onirico dalle molteplici prospettive.

E proprio questo è uno degli elementi caratteristici principali della poetica espressa da Gabriella Arduino. Nei suoi quadri non appare mai un punto di vista unitario, un dato oggettivo e riscontrabile una volta per sempre, non si dà conto della verità immediata che non ammette smentite, ma appare con forza e vibrante energia la gloria affascinante dell’esperienza umana, che pretende di manifestare tutto in uno schizzo e di raccontare in un solo istante la straordinaria magia della vita.

È un mistero come ciò avvenga, ma ad un certo punto l’incomunicabile pare mostrarsi a chi si lascia coccolare dall’utopia. Nel porsi in relazione di risonanza con le opere, questi si perde in un mondo dell’anima che non è capace di descrivere in parole umane, ma che c’è, lo sente, quasi fosse palpabile. Come rapito da un sogno vorticoso, l’osservatore non vede più coi suoi occhi, ma vede con gli occhi di tutti, vede con occhi che sanno osservare la complessità dell’esistenza, la stratificazione delle esperienze, e finisce per trovarsi all’interno di un contesto relazionale più ampio, che lo rende parte di un tutto inscindibile. In queste opere, infatti, non c’è nulla di troppo, e nulla potrebbe esservi sottratto senza esiti distruttivi.

La mano che traccia questi scenari onirici dà corpo poetico all’utopia atemporale: a quell’utopia che non ha tempo, che non è tempo, perché è oltre il tempo. La poesia spirituale, tecnica, visiva, col suo fare ordinato, crea luoghi che si trovano qui in forma dissolvente, e che proprio nel trovarsi in tale forma sfuggono di continuo, non si lasciano afferrare. Essi sono dunque qui e a nessun dove, al di là di ogni misura e d’ogni spazio che si pretenda riferibile, dicibile, annunciabile. Sono qui nella forma del silenzio che si manifesta come immagine. E l’immagine, si badi, se a prima vista appare realistica, non può però «esser detta» in alcun modo, e per certi versi non la si può neppure vedere, ma solo intuire, assaporare.

Le «storie» acquerellate, affrescate, dipinte sono narrazioni inenarrabili, visioni invisibili, rappresentazioni irrappresentabili a cui si può solo ammiccare, sono luoghi intangibili che si possono forse intravedere in controluce, vivendoseli nel profondo dell’anima, con lo sguardo volto alla molteplicità degli orizzonti e i piedi immersi fra i sogni. Ma questi luoghi, è bene ribadirlo, non si possiedono, sono altrove, sono in quel luogo che non ha luogo perché non può averlo. Perché il solo averlo lo distruggerebbe, lo limiterebbe, lo ridurrebbe al rango di oggetto riproducibile, tangibile, esperibile.

Se dovessi aggettivare la pittura di Gabriella Arduino, la definirei metafisico-iperfantastica. È, la sua, infatti una pittura che si spinge talmente dentro la realtà da espanderla in modo macroscopico, fino a consentirle di levitare spazialmente, quasi fosse sospinta dal vento, rapita da una bolla di sapone che se ne va per conto suo, dando forma al sogno degravitato, che alberga a nessun dove e albergando a nessun dove può vivere soltanto nei cuori di chi è in grado di porsi in relazione di risonanza col mistero, con l’evanescente, con l’effimero, che svanisce proprio nel suo darsi.

La potenza visionaria espressa da queste opere risuona nello spazio artistico con echi profondi: echi che vengono da lontano e vanno lontano, oltre il tempo che invece sfinisce, consuma e logora l’essere che si possiede.

Ho parlato prima di pittura poetica. A tal proposito sento di poter anche dire che la poeticità nell’opera di Gabriella Arduino va intesa nel suo senso etimologico più profondo. Poeticità come atto creativo, come un fare bene che si contrappone al fare comunque della società tecnologico-capitalista, a cui l’Artista non concede neppure il beneficio di una citazione.

Questo fare bene della poesia pittorica è un fare artistico legato ai saperi artigianali, che consentono a chi ha «cuore» di narrare la bellezza dei luoghi metafisici che oltrepassano il reale, tenendone pur conto, perché d’altronde lo stesso sogno è rappresentazione fantasiosa di esperienze vissute, concrete, che hanno un corpo riconoscibile. Ma questo render conto del reale è il passaggio obbligato per la trasfigurazione che si compie grazie al tratto leggero e meta-fisico, che consente a Gabriella Arduino di collocarsi con originalità non solo fuori dal tempo, ma oltre ogni scuola, corrente o moda. Oltre il dato riproducibile, oltre la materia. Oltre, come ciò che supera, che travalica fino a generare qualcosa d’altro: è questo il motivo per cui ho prima definito questa pittura anche metafisica. Per amor di chiarezza, va però detto che, diversamente dalle piazze metafisiche di De Chirico, dove forse aleggia più l’incubo che il sogno, qui la levità mostra l’evanescente inconsistenza e la leggerezza dello spazio onirico. Spazio ch’è comunque antropizzato – perché la mano dell’uomo è dappertutto – ma senza presenze umane. Spazio in cui l’uomo appare nella sua assenza come artefice del luogo, che nel suo porsi gli è sfuggito di mano.

Nel porre il suo sguardo sulla realtà «oltrepassata», l’artista porta in superficie i luoghi, i monumenti, le case che sono proprio quei luoghi, quei monumenti, quelle case, ma anche altro; sono lì, immobili, gettati nell’essere da cui emergono leggeri, e nel porsi all’osservatore tendono a una melanconica armonia che travalica la dimensione temporale.

I disegni, gli acquerelli, i dipinti, gli affreschi danno vita a uno spettacolo che vive ora, qui davanti agli occhi, e che pur tuttavia sfugge inafferrabile, perché non vive in un tempo, non ha un tempo definito, e probabilmente manca persino di futuro. Sono solo spazi onirici che albergano chissà dove e che s’imprimono nell’anima dell’osservatore con la loro effimera evanescenza.

 

Alessandro Pertosa

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